Parris Island, Carolina del sud. Campo addestramento reclute Corpo dei Marines degli Stati Uniti. Corso di 8
settimane per falsi duri e pazzi furiosi.
Non tutti sono in grado di trasformarsi da “pezzi informi di materia organica anfibia” a dispensatori di morte che pregano per poter entrare in combattimento. Ma dopo otto settimane, arriva il momento di dare il bacio d’addio alla propria fidanzata e dare il buongiorno al Vietnam.
Al soldato ‘Joker’ è anche andata di lusso, visto che è riuscito a farsi assegnare un incarico come inviato di guerra per il giornale militare “Stars & Stripes”. Ma anche lui finisce per essere coinvolto nell’offensiva del Tet del 1968…
Tratto dal romanzo di Gustav Hasford, “Full Metal Jacket” è un film nettamente diviso in due parti (ma qualcuno ha fatto giustamente notare che i capitoli sono tre: l’addestramento, la giungla e l’assedio della cittadella, con le prostitute a dividere i capitoli), che prima ancora di farci vedere una singola sequenza di combattimento ci ha già mostrato tutto l’orrore della guerra. La prima parte, quella dedicata all’addestramento a Parris Island, è anzi la migliore. A questo non sono estranei Lee Ermey – che interpreta con convinzione ed efficacia il Sergente Maggiore Hartmann (ottimamente doppiato da Eros Pagni) – e Vincent D’Onofrio nel ruolo del soldato “Palla di Lardo” – prima, vittima abituale del sergente istruttore per via della sua imbranataggine, e poi, inquietante e metodico cecchino.
Ma dare solo a loro due il merito dell’efficacia dei primi 45 minuti di pellicola non sarebbe corretto nei confronti della sceneggiatura di Kubrick, Hasford e Michael Herr, perfettamente in grado di trasmettere la durezza dell’addestramento, la sua forza ’spersonalizzante’ (“Qui non si fanno distinzioni razziali: qui si rispetta gentaglia come negri, ebrei, italiani o messicani. Qui vige l’eguaglianza: non conta un cazzo nessuno!”). Attraverso i dialoghi da loro scritti diventa perfettamente comprensibile l’ipocrisia insita nell’ideologia militare, quella che ti porta a scrivere “born to kill” sull’elmetto anche se ti sei appuntato un simbolo della pace sulla divisa; grazie al modo in cui hanno orchestrato gli eventi ci si rende perfettamente conto di come il singolo individuo non ci metta molto a perdersi nell’inferno della guerra, finendo per restare “in riga con gli altri, e avanti per la grande vittoria”.
Nella seconda parte, quella in Vietnam, non si può negare ci siano un paio di scene eccessivamente retoriche, ma la grande capacità del film è quella di presentare adeguatamente le diverse reazioni che i ragazzi spediti in guerra possono avere in situazioni critiche: da quello che si trasforma in un Rambo psicopatico (“Come faccio a sparare su donne e bambini? È facile: vanno più lenti, miri più vicino!”) al fotografo cui tremano troppo le mani per scattare; da quello che in fondo la prende alla leggera (“Volevo essere il primo ragazzo del mio palazzo a fare centro dentro qualcuno”) a chi ancora ci crede (“Almeno sono morti per una buona causa: la libertà”).
Dal canto suo, Kubrick – regista sempre molto attento al tema della de-umanizzazione – è eccezionale nel creare inquietudine nello spettatore ogni volta che c’è in scena il sergente Hartmann, ci presenta con particolare vigore le varie sezioni dell’addestramento e sa rendere sconvolgente ma non melodrammatico il finale della prima parte. Una volta “sul campo” alterna ottimamente le scene di riposo a quelle di battaglia, dando un buon ritmo alla pellicola e inchiodando lo spettatore ogni volta che si apre il fuoco. E poi c’è quel cecchino… quella lunga sequenza d’assedio in cui la tensione è palpabile come in nessun altro film e Kubrick riesce a far girare la macchina da presa attorno allo stesso set senza mai stancare, usando ralenti ed effetti sonori in modo da far rimbombare nelle orecchie e nello stomaco degli spettatori ogni colpo sparato.
Se volete rinfrescarvi la memoria, eccovi lo storico primo discorso alle reclute del Sergente Hartmann:





Il sergente è il mio idolo!
Commento di carlo martello — 27 Luglio 2008 @ 2:52 pm |
Se ti è capitato di vedere il film SOSPESI NEL TEMPO, di Peter Jackson (il regista della trilogia de Il Signore Degli Anelli), lo stesso attore reinterpreta una parodia del Sergente Hartmann in una situazione ‘particolare’…
Commento di jjjohn — 27 Luglio 2008 @ 3:08 pm |
R. Lee Ermey secondo me raggiunge il top nel remake di NON APRITE QUELLA PORTA, dove imprime al suo ruolo di sceriffo-cannibale tutti i tic (ancor più degenerati e inquietanti) del suo mitico personaggio interpretato con Kubrick…
Commento di sartoris — 27 Luglio 2008 @ 4:50 pm |
E’ vero! Ad ogni personaggio interpretato, Ermey è riuscito a dare una sua personalissima impronta…
Forse anche troppo, trasformandosi, proprio per questo, in vero e proprio caratterista (vedi anche Seven)…
Commento di jjjohn — 27 Luglio 2008 @ 9:27 pm |